Fino a qualche giorno fa, se qualcuno mi avesse chiesto di fare un bilancio di quest’anno, probabilmente avrei risposto senza pensarci troppo: che anno di meDda. E avrei avuto anche parecchi argomenti a sostegno della tesi, perché è stato, senza dubbio, l’anno più difficile della mia vita. E lo dico sapendo benissimo di averne già attraversati altri che avrei tranquillamente candidato al titolo.
Questo, però, ha fatto qualcosa di diverso. Non mi ha semplicemente rivoltata come un pedalino: ha preso un pedalino rimasto spaiato, l’ha buttato da solo dentro una lavatrice, l’ha centrifugato a milleduecento giri al minuto e poi l’ha steso fuori ad asciugare al sole, mentre lui voleva continuare a piangere.
Eppure da qualche giorno mi sono accorta di una cosa. Se continuo a guardarlo soltanto da quella prospettiva, rischio di non vedere quello che è successo davvero. Perché quest’anno, dentro tutta quella fatica, io mi sono ritrovata. O forse sarebbe più corretto dire che ho cominciato a ritrovarmi. La vera me.
Ed è da qui che nasce una domanda che trovo meravigliosamente antipatica:
e tu chi ti credi di essere?
Passiamo una buona parte della nostra vita convinti di conoscerci. “Io sono fatta così.” “Io questa cosa non la farei mai.” “Io sono una persona che…” Poi succede qualcosa. A volte forse anche qualcosa di bello, ma credo molto più spesso qualcosa che avremmo volentieri evitato, e più o meno improvvisamente scopri che magari non sei affatto quella persona che credevi. O meglio, che lo sei stata, certamente, ma soltanto perché quella era la forma che avevi imparato ad assumere: per adattarti, per essere amata, per non disturbare, per essere scelta, per sopravvivere, per essere quella che gli altri si aspettavano.
E questa scoperta costa. Costa tantissimo. Perché trovare se stessi viene raccontato spesso come una cosa meravigliosa, luminosa, quasi romantica. La mia esperienza è un po’ diversa. A volte trovare se stessi significa vedere crollare parecchie delle cose sulle quali avevi costruito la tua identità. Significa scoprire che alcune certezze non erano davvero tue, che alcune modalità che consideravi parte del tuo carattere erano strategie, che alcune cose che non avresti mai fatto, invece, un giorno le fai. E magari scopri anche che ti rappresentano molto più di tutto quello che avevi fatto fino a quel momento.
Quest’anno, per esempio, ho fatto un tatuaggio sull’avambraccio. Un tatuaggio visibile. Già questa frase, detta alla me di qualche anno fa, avrebbe probabilmente provocato una risposta del tipo: “Ma figurati.” E invece eccolo lì. È diventato il mio post-it. C’è scritto: “Ricordatemi per quella che non sono stata, perché è così che ritornerò.”
Quella frase è soprattutto per me. Ma attorno alla frase c’è un disegno, un disegno che ho creato io, aiutandomi anche con l’intelligenza artificiale, ma che nasce da me e ha per me un significato molto preciso. E succede una cosa che continua a colpirmi: le persone lo vedono e mi dicono “Che bel tatuaggio”. Anche l’anziana signora che trova di cattivo gusto i tatuaggi. È successo proprio ieri, per l’ennesima volta.
Ogni volta penso che loro non possano sapere tutto quello che quel tatuaggio contiene. Non vedono la sofferenza che c’è dietro, non sanno cosa ho attraversato, non conoscono il significato che io gli attribuisco. Vedono semplicemente qualcosa che trovano bello. E, in qualche modo, vedono me. Questa me. Quella che qualche anno fa non avrebbe mai immaginato di portare qualcosa di così personale in piena vista.
Ed è strano, perché una delle ferite che ho sentito più profondamente nella mia vita è proprio quella del non essere vista e scelta per quella che sono. Non essere vista dalla mia famiglia nel modo in cui avrei avuto bisogno, non essere scelta da alcune persone alle quali avevo dato uno spazio importante, essere esclusa da altre. E soprattutto non essere stata confermata come scelta dalla persona dalla quale avrei voluto esserlo. Quella è stata una ferita enorme.
Il mio cuore, in parte, è ancora lì. E non ho bisogno di fingere che non sia così. Spero ancora, in quella situazione, che la vita possa concederci una seconda possibilità. Non per tornare a quello che eravamo, perché a quello non tornerei, ma per vedere se due persone diverse da quelle che si sono incontrate allora possano, un giorno, incontrarsi davvero. E forse essere scelte per ciò che sono realmente.
Ma proprio attraversando tutto questo ho cominciato a vedere anche un’altra cosa. Per molto tempo mi sono domandata: perché non mi hanno scelta? Oppure: perché non mi capiscono? O ancora: perché non mi vedono?
Oggi quelle domande stanno cambiando. Perché forse, almeno in alcuni casi, non c’era davvero la possibilità di vedermi. Perché io stessa non ero ancora completamente lì.
Non sto dicendo che la responsabilità di un rifiuto, di un’esclusione o del comportamento degli altri sia nostra. Non è questo. Sto dicendo qualcosa di diverso: possiamo passare anni convinti di essere noi stessi mentre indossiamo ancora una maschera talmente ben costruita da non renderci nemmeno conto che è una maschera.
E se io non so davvero chi sono, che cosa sto chiedendo agli altri di scegliere? Se continuo ad adattarmi, a nascondere parti di me, a comportarmi secondo ciò che penso sia giusto essere, forse qualcuno potrà anche scegliere quella versione. Ma starà scegliendo davvero me?
Forse è anche per questo che la questione dell’essere il proprio leader continua a tornarmi così spesso in mente. Non credo che abbiamo bisogno di trovare qualcuno che ci dica chi essere. Abbiamo bisogno di diventare leader di noi stessi. Ma essere leader di se stessi non significa semplicemente decidere autonomamente cosa fare. Significa una cosa molto più difficile: sapere quale parte di noi sta decidendo: la bambina che vuole essere scelta, quella che ha imparato a non creare problemi, quella che ha paura di deludere, quella che ha bisogno di essere approvata o quella parte di noi che ci appartiene davvero e sentiamo profondamente nostra?
Perché c’è una differenza enorme tra sapere chi si vuole essere e sapere chi si è.
Chi voglio essere può essere ancora un progetto, un ideale, un’altra immagine alla quale tentare di aderire. Chi sono, invece, spesso parla molto più piano. È quella voce che senti dentro e che a volte passi anni a zittire perché non coincide con quello che avevi programmato. È quella cosa che ritorna, che insiste, che anche quando provi a convincerti del contrario continua a dire: “Ehi, guardami. Sono qui. Ascoltami. Questa cosa per te conta. Questa cosa sei tu.”
Io quella voce oggi la ascolto molto più di prima. La chiamo fiamma. È la mia fiamma interiore ed è sempre stata lì. Anche nei momenti peggiori, magari ridotta ad un misero lumino, ma non si è mai spenta. E per me ora è diventata fondamentale.
Perché essere se stessi non significa diventare la versione migliore, più evoluta, più corretta o più presentabile di sé. Significa smettere, poco alla volta, di allontanarsi da quello che si è.
E forse questo è stato davvero il mio anno. Non l’anno in cui tutto è andato male. Non soltanto, almeno. È stato l’anno in cui molte cose sono crollate abbastanza da costringermi a guardare chi rimaneva sotto le macerie.
E quella persona, sorprendentemente, mi piace. Porta un tatuaggio sull’avambraccio, fa cose che non pensava avrebbe mai fatto, ha ancora ferite aperte, ha un cuore che in alcuni punti è rimasto esattamente dove era e ha ancora desideri che non sente il bisogno di rinnegare per sembrare più forte. Ma finalmente comincia a riconoscersi.
Perciò forse, alla domanda “E tu chi ti credi di essere?”, oggi non ho ancora una risposta definitiva, ma sono molto più interessata a scoprire chi sono piuttosto che cercare di capire chi credevo di essere.
Work in progress, Worsopp Drive 2.0




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